Dopo uno dei soliti litigi con Zeus, Era, adirata, si era ritirata nell'isola di Eubea e
si rifiutava di tornare sull'Olimpo, a fianco dello sposo regale.
Passò un po' di tempo e Zeus cominciò a sentire la mancanza della moglie, ma non voleva abbassarsi a supplicarla di tornare.
Perciò si recò in Eubea di nascosto e là fece sapere che avrebbe sposato la ninfa Platea, figlia di un fiume, e che la sua bella fidanzata stava raggiungendolo su un meraviglioso carro nunziale.
Fece preparare un fantoccio di legno, lo fece vestire di veli e ornare di gioielli, poi si mise ad aspettare l'effetto della sua burla.
Sentendo parlare delle nuove nozze di Zeus, ERa, pazza di gelosia, fece in modo di trovarsi sulla strada che avrebbe dovuto percorrere la <<fidanzata>> e, appena vide arrivare il carro, si precipitò sulla rivale.
Le strappò di dosso veli e diademi, finchè si accorse che... la promessa sposa era di legno.
La sua furia svanì in una risata.
Così Era si riappacificò con l'amato sposo.
Lui però continuò a tradirla e arrivò il momento in cui, esasperata, la regina degli dei decise di ribellarsi davvero.
Era riuscita a organizzare una rivolta degli dei contro il loro signore quando il gigante Briareo dalle 100 braccia la denunciò a Zeus, che decise di punirla in modo esemplare: la sospese tra cielo e terra, appesa a una catena d'oro, con 2 incudini legate ai piedi.
Ma Zeus amava Era, nonostante il suo caratteraccio, e finì col perdonare la sposa ribelle.
Incaricò Efesto di liberarla e il dio-fabbro fu così bravo da tagliare la catena d'oro senza far precipitare la dea sulla terra.
Il dio fluviale Peneo emerse dalle acque e si appoggiò alla riva. Aveva una lunga barba verde che gli fluttuava fino alla cintola e in mano stringeva un ciuffo di papiri. Girò gli occhi lungo il fiume e sorrise a vedere la sua figlia prediletta, Dafne, che si lavava i lucenti capelli verde oro. Doveva ricordarsi di farle un regalo, pensò, perché proprio quella mattina si era trovato accanto al letto un mazzolino di calle palustri.
Dafne sapeva quanto gli piacessero quei bei fiori gialli. Dafne si sentiva inquieta. Era una splendidamattina d'estate, l'aria era calma e immobile. Eppure avvertiva un senso di minaccia. Perflno le rondini sembravano gridare «Pericolo! pericolo!» mentre garrivano e guizzavano in cerchio nel cielo, e anche le nuvole di moscerini parevano ronzare un oscuro avvertimento. Continuando a lavarsi mormorò una breve preghiera a sua madre Gea e la terra le rispose con un brivido di rassicurazione. Dafne rovesciò indietro i capelli creando una cascatella di goccioline che parevano arcobaleni in miniatura. Proprio allora uno sconosciuto sbucò dagli alberi lungo la riva e allungò una mano per catturare le gocce; con un breve tintinnio, eccole trasformate in minuscoli gioielli che lampeggiavano fuoco. «Per te, mia bellissima!» disse il giovane, sorridendole e protendendo la mano. «lo sono Apollo.» Dafne si ritrasse. Non aveva mai conosciuto nessuno come lui e aveva paura. Era così alto, così dorato, e portava una faretra di frecce così splendenti da accecarla. Alzò un braccio a coprirsi gli occhi e Apollo ne approfittò per cingerla alla vita e mettersela sulla spalla, ridendo. Dopo di che corse via nel bosco. Dafne urlava, sentendosi strappare i capelli da spine e rametti, e cominciò a scalciare più forte che poteva; alla fine gli morse una mano, tanto che Apollo la lasciò cadere con un grido di sorpresa. Allora Dafne si mise a correre. E mentre scappava invocò sua madre: «Aiutami! Salvami!».
La Madre Terra ricordava la precedente preghiera di Dafne e intervenne. Improvvisamente la fanciulla si sentì rallentare il passo e, quando abbassò gli occhi, vide che dai piedi germogliavano radici, le gambe si coprivano di una liscia corteccia verde, braccia e testa diventavano rami. I capelli si fecero piatti, lisci e appuntiti, attaccandosi ai ramoscelli che le spuntavano sulla testa. Dalle foglie veniva un aroma di spezie meravigliosamente caldo e fragrante. Dafne era diventata un albero di alloro. Apollo era dispiaciuto per quello che aveva fatto a Dafne e da quel giorno, per non dimenticarla mai, portò sempre una corona d'alloro. Ma il padre Peneo la pianse per sette lunghi anni, finché il suo fiume ruppe gli argini ed inondò di dolore le rive.
La dama del lago è il nome di un personaggio del ciclo arturiano.
In opere diverse gli vengono attribuite gesta diverse:
tavolta viene rappresentata come colei ke consegno a Re Artu' la spada Excalibur;km colei ke porta il re morente di Avalon dopo la battaglia di Camlann;colei ke alleva Lancillotto rimasto orfano d padre;km colei ke seduce e imprigiona Mago Merlino.
Diversi autori attribuiscono diversi nomi alla dama;Nimue,Viviana,Niniane,Nyneve e Coventina.
Le origini della Dama del Lago risalgono alla mitologia GRECA-ROMANA.
Il rapporto fra La Dama del Lago,Lancillotto e Re Atru' rappresenta qualche analogia con la storia di NEREIDE TETI della mitologia greca,uno spirito dell acqua ke alleva il grande eroe Achille.
Tra l'altro,Teti è la moglie di Peleo, e la Dama del lago,secondi alcuni fonti,aveva un amante chiamato Pelleas.
Teti è l artefice della invulnerabilita' di Achille (e gli doma l armatura kn uno scudo forgiati da Efesto)kosi' km la dama del lago dona a Lancillotto un anello protettivo(e in seguito dona Excalibur a ARTU')
Il nome "Nimue" usato da alcune fonti x riferirsi alla Dama potrebbe essere un'echo di Mneme,nome abbreviato di Mnemosyne,madre della nove muse e ninfe delle acque della mitologia greca-romana,ke diedero le armi,in qst caso all' eroe Perseo.
Un altro nome della dama,"Vivienne"richiama la forma femmile celtica "Vi-Vianna",probabilmente derica da "Co-vianna",una variante della diffusa divinita' celtica delle acque Conventina.
qst nome latino fa probabilmente riferimento all'originale moglie di Merlino,Gwendoloena,che compare nella tradizione poetica piu' antica.
è stato suggerito che il personaggio della Dama del Lago possa avere un origine comune con un'altro importante personnaggio femminile arturiano,Morgana.Sia Morgana che La Dama del Lago sono speso associate alla magica isola di Avalon ,citata da Goffredo di Monmouth
come luogo in cui in cui venne forgiata Excalibur e riparo' Artu' dopo la battaglia con Mordred.
" Si narra che nei tempi antichi ci fosse un luogo,precluso alla vista umana,in cui nobili fanciulle vagavano liete e senza alcuna preoccupazione. Sotto la protezione di Giove, signore dell’Olimpo, le giovani si dedicavano ai passatempi femminili e accontentavano il loro Dio in ogni circostanza causando, però,l’invidia di Venere,dea della bellezza,che iniziò a odiare le belle fanciulle.
Un giorno,stanca delle attenzioni che il Dio dava alle fanciulle, ella scese nel luogo in cui le ragazze riposavano e usò i propri poteri per renderle orribili e informi. Prese delle piume e le unì al corpo delle fanciulle dormienti. Da quell’unione uscirono fuori delle creature con corpo di aquila e testa di donna che,appena sveglie, iniziaro a stridere e a dimenarsi. Giove sentì il chiasso causato dalle fanciulle e scese dall’Olimpo per controllare. Appena vide le fanciulle non le riconobbe e,pensando che quegli animali avessero divorato le sue bellissime, cacciò gli orrendi mostri dal luogo precluso,maledicendole. Da qui nasquero le Arpie,mostri che vagano sulla Terra uccidendo chiunque abbia la sfortuna di incontrarle."
Molte persone immaginano i vampiri come entità che vagano di notte vestiti in stile ottocentesco, pallidi e gentili nei loro modi. Dobbiamo dimenticare tutto ciò se vogliamo fare una ricostruzione storica della nascita del vampirismo. Secondo eminenti storici e filosofi (uno fra tutti Montagne Summers) la leggenda del vampiro si fonda su 5 diverse teorie.
La prima teoria, forse quella più acclamata (e quella in cui personalmente credo in maggior misura), viene denominata: teoria dell’origine universale.
Ovvero, leggendo attentamente resoconti assiri, romani, greci, babilonesi e racconti di alcune tribù africane (tra cui i bandù e i buganda), possiamo dedurre che il vampiro esiste da sempre. Essi, che narrano di un vampiro “preistorico”, nascono dalla paura che la gente aveva, ed ha tuttora, nei riguardi dei defunti. Nella mentalità tradizionale i morti non sono morti, vivono tra di noi. Gli antichi avevano un rispetto reverenziale nei confronti dei defunti, i quali suscitavano in loro un sentimento di paura. Aspettavano con terrore il loro ritorno che quasi sempre era seguito da una punizione.
La seconda teoria è chiamata teoria dell’origine sciamanica (sostenuta da specialisti del calibro di Eva Pocs e Gabor Klaniczay), in cui il vampiro nasce in un ambiente religioso ben preciso: quello sciamanico. L’Aldilà era un mondo parallelo ma totalmente rovesciato rispetto a quello dove noi viviamo. Da questo si comprende la tentazione che avevano i morti a non intraprendere il viaggio per il mondo delle ombre. Molte popolazioni primitive seppellivano i morti lontano dai villaggi, non per ragioni igieniche ma perché temevano il loro ritorno, e spesso disponevano lungo il percorso che andava dal cimitero al villaggio ogni tipo di ostacolo (ad esempio punte, fossati, ecc.) per fermare un eventuale ritorno delle anime in pena. Una credenza assai diffusa diceva che il morto ritornava se il suo corpo non si era putrefatto. Questo è un passaggio molto importante in quanto è qui che nasce la futura figura di un vampiro dal corpo intatto. Alcuni mesi dopo che moriva una persona (bambino, donna o vecchio) si scoperchiavano le bare e se ne studiava il corpo (questo succedeva solo nelle regioni dell’est europeo). La curiosità che molti scienziati ci hanno svelato è la seguente: il terreno costituito da una speciale torba e il freddo che intrappolava quelle regioni perennemente facevano sì che i corpi si conservassero intatti per un lungo periodo. Quindi, una volta aperta una bara ed osservata l’integrità del corpo, la gente “comune” pensava ad un’eventuale futura resurrezione, di conseguenza si impegnava adare un’estrema morte anche al corpo (ad esempio incendiandolo, tagliandone la testa e successivamente anche piantandogli un paletto nel cuore). Va fatta però una attenta distinzione, in quanto il vampiro non è uno sciamano. Lo sciamano era colui che era in contatto con i due mondi: quello spirituale e quello materiale. Era l’unico cha poteva scegliere due strade, aiutare il vampiro a ritornare oppure fermare la sua avanzata. Quindi era necessario che vi fosse uno sciamano votato al bene in ogni villaggio.
La terza teoria: teoria dell’origine orientale.
Personaggi simili al vampiro erano stati segnalati in oriente, come possiamo constatare leggendo “Il Milione” di Marco Polo, ma gli studiosi diedero credito a tali segnalazioni solo all’inizio del 1800. Una figura assai diffusa nel Kathai era quella del polong, uno spirito malvagio che può essere attirato in una bottiglia dove è stato raccolto per due settimane il sangue di un uomo assassinato (ma ciò ricorda le favole indiane, ed in special modo il genio della lampada). Devendra P. Varma (uno studioso indiano) ha proposto invece una genealogia della leggenda del vampiro che parte dall’India e, attraverso le carovane dei mercanti e pellegrini che viaggiavano sulla via della seta, ha attraversato le steppe e si è diffusa nelle antiche città situate nei pressi del Mar Nero. Trasmesse agli arabi queste storie “fantastiche” sono arrivate in Grecia e di qui nella penisola Balcanica, nei Carpazi orientali , nel bacino ungherese ed infine nelle Alpi transilvane.
La quarta teoria: teoria dell’origine europea antica o medioevale.
La teoria di un’origine europea del mito del vampiro è discussa da J. A. MacCulloch nel suo articolo “Vampire”. Si sostiene che questa origine sia greco-romana, si sarebbe trasferita dalla Grecia all’area cristiana, e da Roma all’Europa occidentale. Gli autori che propongono questa teoria accettano comunque le obiezioni secondo cui la lamia non è precisamente un vampiro (infatti nell’antica Roma era considerata solo uno spirito maligno ma non vi erano le comuni caratteristiche di un vampiro). Però gli elementi caratteristici della trasformazione della lamia in vampiro possono essere rintracciati in un passo di Flegone Tralliano, liberto dell’imperatore Adriano (lascio questa “traccia” per i lettori più scrupolosi e più curiosi). Ci sono anche testimonianze che giungono dalla Scandinavia, e non dal bacino del mediterraneo (ma queste testimonianze sono poco attendibili e quindi non necessitano di ulteriori spiegazioni). Non c’è dubbio, invece, che il vampiro, così come oggi lo conosciamo, sia apparso in modo culturalmente significativo, per la prima volta con tutte le sue caratteristiche, nell’Europa orientale (l’area che va dalla Polonia fino alla Romania). Restano però ancora due problemi, ovvero: quando il vampiro classico sia nato e se sia un elemento autoctono dell’area europea. Secondo lo specialista americano Jan L. Perkowsky le origini del vampiro si situano in area slava e sono dettate da una crisi religiosa (ebbene sì miei cari amici, ancora la religione!): la repressione dapprima del paganesimo e poi dell’eresia dualista da parte del cristianesimo.
Quinta teoria: teoria dell’origine moderna.
È stata da ultimo formulata la teoria secondo cui il mito del vampiro è di origine moderna e si forma nel Settecento. La filosofia del vampiro non manca di fare riferimento ad un’epoca di confusione nei rapporti tra corpo ed anima, ma si tratta di una moderna crisi collegata all’Illuminismo e alla perdita di vigore della tradizionale rappresentazione cristiana dell’Aldilà. È perché si comincia a dubitare dell’immortalità dell’anima che emergono ipotesi di immortalità del corpo. Anche se non si può seriamente sostenere che le dottrine degli illuministi nell’Europa occidentale abbiano causato le crisi di vampirismo settecentesco nell’Europa orientale, la semplice cronologia ci smentirebbe. Ma questi fenomeni, come dire, partecipavano ad uno stesso movimento del pensiero, insomma il vampiro offriva un rifugio. Ed è proprio così che si pongono le basi per le caratteristiche future (che oggi tutti conosciamo, avendo guardato o almeno letto una volta nella nostra vita il conte Dracula) del vampiro gotico.
In Africa, come in America del Nord, la gente non nominava mai la persona defunta, poiché si credeva che potesse adirarsi e colpire con tremende punizioni coloro che avevano scatenato la sua ira (secondo alcune leggende addirittura infastidivano la famiglia per tre generazioni successive!!).
Quanto sopra detto è una premessa per parlare di un ritorno dei non morti, in quanto il concetto di vampiro nasce da ciò che noi chiamiamo zombie, o nosferatu o appunto non-morto. Quindi è facile capire come abbia preso piede la leggenda dei vampiri. Naturalmente tale leggenda si è arricchita di particolari grazie alla fervida immaginazione e, molto spesso, all’ignoranza delle masse, che, in ogni piccola casualità, vedevano un segno del maligno e additavano come vampiri coloro che non lo erano (un po’ come successe durante il medioevo con le streghe, o qui in Italia con i cosiddetti untori della peste).
Grazie a libri come “Dracula” di Bram Stoker (giusto per citare il libro più letto del secolo, il quale è stato tradotto in più di 20 lingue), nel nostro immaginario il vampiro ha preso l’aspetto di un signorotto medioevale, rinascimentale, vestito con camicette piene di frange o vestito di velluto. In verità i primi “vampiri” di cui si ha testimonianza storica trascritta da fonti attendibili, erano pastori e contadini, gente umile. Forse vi erano tra loro anche signorotti o principi, ma spesso, come succede anche ai giorni nostri, le persone maggiormente colpite da assurde dicerie sono quelle che si trovano in condizioni più disgraziate. Analizzando attentamente la definizione di Nosferatu, non-morto, o meglio Nosferat ci rendiamo conto che essa è la deformazione di una parola: necurat (parola rumena che significa “il suicidio”). Così come i suicidi erano dannati e puniti con l’inferno così lo sono i “vampiri”, destinati a vagare in questo mondo privi della loro anima.
In Romania (dove nacque la concezione classica di vampiro) si pensava che il necurat potesse trasformarsi in un animale, da cui seguì la leggenda secondo la quale i vampiri posso tramutarsi in topi o lupi. Possiamo quindi definire diverse tipologie di vampiri, chiamati clan. Ogni clan è diverso nazione per nazione, a causa della differenza dei territori e del clima e di diverse caratteristiche fisiche e comportamentali che hanno influito sulla formazione dei futuri vampiri
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Il Mito e La StoriA di Dracula
In un cantone dell’Ungheria, nella prima metà del ‘700, un contadino di nome Arnold finì stritolato sotto un carro di fieno. Un mese dopo, quattro paesani morirono fulmineamente della morte orribile di coloro che, secondo la tradizione dei luoghi, vengono dissanguati dai vampiri. Scattò l’allarme, vennero riesumati alcuni cadaveri di recente sepolti. Fra questi, quello di Arnold che recava inconfondibili le note caratteristiche del vampirismo. Il corpo era fresco, integro, non recava traccia di decomposizione; i capelli, le unghie, la barba erano cresciute, le vene piene di sangue fluente che inondava il lenzuolo in cui era stato avvolto alla sepoltura. Un magistrato, al cospetto del quale l’esumazione era avvenuta, ordinò che venisse immediatamente piantato un paletto appuntito nel cuore di Arnold: dal corpo partì un grido straziante, come fosse stato in vita. Poi fu decapitato e dato alle fiamme: così, del vampiro, non si sentì più parlare…
Questa e decine di altre analoghe cronache si possono leggere nell’opera che l’abate Dom Augustin Calmet pubblicò nel 1749, dal titolo «Dissertazioni sulle apparizioni degli spiriti e dei vampiri», in cui sono raccolti numerosi racconti, molti dei quali inediti, di apparizioni e incursioni vampiresche in paesi dell’Europa centro-orientale. Questa macabra figura fu introdotta nella cultura dotta dell’occidente verso il 1600, da alcune relazioni di viaggio in Grecia e nei Balcani: ma sarà nel ‘700, secolo diviso fra razionalismo e mistero, illuminismo e tradizioni occulte che il vampiro diventerà un personaggio, o un incubo se vogliamo, per gli europei occidentali. Voltaire osservò che fra il 1730 e 1735, non si fece altro che vedere vampiri. Non si trattava, però, solo di una moda del secolo, perché il vampiro è molto più antico.
Ne parlano documenti dell’antica Cina, di babilonia, Caldea, Assiria, Egitto. In una tavoletta di scongiuri proveniente dalla biblioteca di Ninive, la tredicesima formula insegna a combattere «il fantasma, lo spettro, il vampiro». La credenza che il corpo di un morto possa desiderare il sangue è presente anche fra i greci: in «Ecuba», Euripide rappresenta Achille nel suo sepolcro, placato dal sacrificio di una vergine di cui beve il sangue. E un vampiro, secondo le cronache dell’epoca, fu esorcizzato dal grande mago Apollonio di Tiana, contemporaneo di Cristo.
una tradizione, comunque, tipica dell’oriente europeo, dal quale proviene lo stesso nome: vampyr in magiaro, upiery in polacco, upiry in russo. «Si dettero questi nomi – scrive Collin de Plancy nel suo celeberrimo «Dizionario infernale» - ad uomini morti e seppelliti da parecchi anni o almeno da parecchi giorni, i quali si facevano vedere in corpo ed anima, parlavano, camminavano, succhiavano il sangue dei lor parenti, li sfinivano ed infine lor cagionavano la morte. Non si troncava il corso delle loro visite e delle loro infestazioni che dissotterrando i cadaveri, impalandoli, tagliando loro la testa e bruciandoli… i giornali di Francia e dell’Olanda parlarono dal 1693 al 1964 di vampiri che si mostrarono in Polonia e soprattutto in Russia». A dimostrazione di come il fenomeno fosse preso tremendamente sul serio, dal Medioevo in poi in questi paesi, non stanno soltanto l’imponente numero di cronache e tradizioni, ma anche le complesse pratiche magiche e rituali, nonché i provvedimenti giuridici volti a difendere la comunità dall’attività del vampiro.
Non è un caso quindi che l’irlandese Bram Stoker, padre del più celebre vampiro della cultura moderna, avesse ambientato in Romania e segnatamente sulle montagne della Transilvania il romanzo «Dracula» (1897) che originò una rinascita del genere vampiresco, che dura ai giorni nostri grazie anche a capolavori cinematografici come «Nosferatu» di Mornau del 1922 e «Vampyr» di Dreyer del 1932
Dracula nasce in Transilvania perché ancor oggi i contadini di quelle regioni vivono nel terrore di vampiri e licantropi e formano croci con pezzi di aglio per proteggersi da sgradevoli visite notturne. Pochi anni fa, nel 1968, una zingara rumena raccontò al professore del Boston College, Raymond Mc Nally, di aver trafitto con un paletto il corpo del padre nella bara perché convinta che fosse un vampiro.
Quella di Stoker non fu solo fantasia, perché un conte Dracula in quei luoghi è esistito veramente. Lo hanno ritrovato il già citato Mc Nally e Radu Florescu, un altro docente del Boston College di origine rumena. La descrizione fatta da Stoker del castello è perfetta, dicono i due studiosi; e in quel castello, a riprova della sua reale esistenza, affermano di aver trovato anche il ritratto del terribile Dracula. Di lui, però, i contadini transilvani non parlano come di un vampiro. «Furono confusi quando chiedemmo loro di Dracula come vampiro – riferisce Florescu – sebbene lo conoscessero come un crudele dominatore».
Dracula, dunque, non avrebbe mai morso un collo, ma l’esistenza di un signore sanguinario in una terra dove è così radicata la paura e la tradizione del vampiro ha fornito a Stoker lo spunto per il romanzo.
Il Dracula storico nacque nel 1431 con il nome di Vlad, figlio di Vlad Drakul principe di Valacchia: di qui il patronimico Dracula, nome intriso di significati occulti poiché «drakul» in rumeno significa demoni… E demoniaca fu la sua vita perché dominò la Valacchia dal 1456 al 1462 con incredibile efferatezza, prima di venire ucciso nel 1476 dai turchi. Nella zona si dice che la sua maledizione è ancora viva e a farne le spese furono gli stessi ricercatori guidati dai professori di Boston. Lo zio di Radu Florescu, durante l’ispezione del castello, cadde in un burrone e si ruppe un’anca. Tre studiosi rumeni impegnati nelle ricerche morirono misteriosamente. Per i contadini transilvani la spiegazione c’è, anche se ripugna alla ragione: erano andati a frugare fra i segreti di Vlad l’Impalatore, il Dracula maledetto, che non perdona anche dopo cinque secoli.
Ma chi era e cosa fece per meritarsi tanta abominevole fama?
Si dice che portò le torture quasi a raffinatezze artistiche. Fra tante mostruosità, preferiva il supplizio del «palo», da cui l’appellativo di «Tepes», «impalatore» (è col paletto appuntito che si uccidono i vampiri e forse in questa predilezione per i pali sta una delle ragioni che associarono Dracula alla tradizione vampiresca).
Secondo le informazioni raccolte da Mc Nally e Florescu, impalava la vittima di persona, di solito lentamente, interrompendo di tanto in tanto il supplizio, per poterla ingiuriare in visite seguenti. Ma amava anche le impalature spettacolari. «Una volta – racconta Mc Nally – fece una foresta di 20 mila turchi impalati. In un’altra occasione la sua efferatezza si manifestò verso i sudditi: riunì i malati e i mendicanti in un palazzo, vi diede fuoco e li lasciò bruciare vivi, per far sì che il suo popolo fosse sano e benestante».
Gli studiosi cercano le cause di tanta aberrazione, che si estrinsecava talvolta in atti maniacali come quando – secondo la relazione di Florescu – fendeva gli ombelichi delle sue amanti se restavano incinte. La spiegazione sarebbe in un episodio della sua infanzia: a 13 anni era stato catturato e tenuto prigioniero dai turchi e fu vittima di un’aggressione sessuale da parte del Sultano. Di qui sarebbe partita la sua depravazione: in carcere Dracula ragazzino chiedeva ai secondini di portargli topi e uccelli per impalarli e strappar loro le piume. Secondo gli studiosi di Boston, dopo l’esperienza col sultano sarebbe diventato omosessuale e ciò spiegherebbe il maltrattamento delle amanti e l’uso dei pali, probabilmente come simbolo di potenza.
Dracula morì in combattimento contro i turchi nei pressi di Bucarest. Prima di essere seppellito a Snagov, proprio fuori dalla capitale, il cadavere – che continuava a incutere paura – venne decapitato.
Con questa sepoltura finisce la vicenda terrena del conte Vlad l’Impalatore, figlio di Drakul, detto Dracula. E qui comincia la leggenda, la letteratura che lo vuole principe dei vampiri, celebrato da libri, film e fumetti. Non era un vampiro, perché forse di vampiri non ce ne sono mai stati, a dispetto delle cronache popolari e del buon abate Dom Calmet, ma certamente fu un personaggio sinistro, la cui fama raccapricciante è dovuta al sangue che ha versato se non a quello che ha succhiato: il Dracula «storico», insomma, è altrettanto «nero» di quello letterario.
Si dice che il mito vampiresco crebbe intorno a lui a causa dei pipistrelli che infestavano la zona dove abitava. La tradizione rumena parla di pipistrelli, probabilmente idrofobi, che volavano dal castello, attaccando e mordendo chiunque si avvicinasse. È stato facile, quindi per la fantasia popolare, associare un così malefico signore alle caratteristiche dei ripugnanti volatili a forma di topo che ne costituivano la corte minacciosa in agguato sui torrioni del maniero.
Sanguinario e impalatore attorniato da volatili vampiri: è la spiegazione del mito romanzesco. C’è una notizia, però, che ridà qualche speranza a chi si rifiuti di accettare la realtà storica di Dracula come semplice, sia pur efferato signore transilvano e non come essere che sorgeva dalle tombe per succhiare il sangue dei vivi. Quando, nel 1931 a Snagov, vicino a Bucarest, fu aperta la cripta in cui era stato sepolto Vlad Tepes cinque secoli prima, la tomba fu trovata vuota: il conte Dracula non c’era più. I ricercatori di Boston hanno dato una spiegazione: l’empia fama di quel cadavere avrebbe indotto alcuni monaci, timorosi che i resti potessero dissacrare il terreno di sepoltura, a traslare segretamente la salma altrove. È la spiegazione forse più logica, ma non è certa né documentata, per cui chi ama pensare che Dracula sia uscito dalla tomba, con mezzi propri, per andare in giro di notte a succhiare sangue dai colli è sempre nel suo diritto. Le ipotesi sono ipotesi: i fatti dicono che il Conte Dracula, nella sua tomba, non c’era più.
Resta da chiarire perché il mito del vampiro, così vivo nelle terre insanguinate da Dracula, si sia trasmesso intatto dalla tavoletta di Ninive a Dom Calmet, alla cultura moderna. È un mito che nasce da un bisogno ancestrale dell’uomo: quello di continuare ad esistere al di là della morte, di perdurare nel tempo, di essere immortale. Così un mondo contadino emarginato, lontano dai dogmi religiosi codificati, senza una precisa nozione del trascendente ha creato la figura dell’essere che si ribella alla morte e trova il modo di sopravvivere attraverso un atto materiale, l’assimilazione di linfa vitale, di sangue che ridà una sorta di vitalità all’etere cadaverico. È una forma rozza, terrena, di fede nella rinascita, presente in tutte le società primitive e che, in alcune, assume l’incarnazione del vampiro. Una fede confinata nel ghetto del male, perché le classi più evolute avevano più sofisticate forme di sopravvivenza da proporre alla massa, in paradisi angelici ed eterei nirvana. Il vampiro dei contadini resta una creatura di ordine differente, di classe inferiore rispetto al fantasma dei castelli aristocratici e perciò la cultura evoluta lo detesta, lo condanna come simbolo delle forze del male che si agitano, in una specie di vita, quando muore la luce del sole.
Il morto dissanguato dai canini del vampiro diviene vampiro a sua volta: egli trasmette agli altri, con il suo morso malefico, il beneficio dell’immortalità. I contadini che agghindano di collane d’aglio le porte di casa, i montanari che tramandano agghiaccianti racconti nell’Europa orientale, inconsapevolmente amano questa loro sanguinaria creatura perché, se esistesse, sarebbe la prova palpabile della loro immortalità, la prova che si può vincere la morte: una prova più vicina del confuso “al di là” spiegato dai dotti.
La prova che si può diventare immortali, com’era stato per il contadino ungherese Arnold, vampiro da un mese, prima che un magistrato crudele, rappresentante del potere costituito, non avesse fatto distruggere con un paletto appuntito la sopravvivenza larvale che aveva raggiunto.
Il più grande eroe greco, figlio di Zeus e di Alcmena, nato a Tebe. Zeus aveva promesso ad Alcmena che il primo dei discendenti di Perseo che fosse nato avrebbe dominato su tutta la sua stirpe. Ma la dea Era, gelosa di Alcmena, fece in modo che nascesse prima di Eracle un altro Perseide, Euristeo. In seguito Alcmena generò Eracle, figlio di Zeus, e Ificle, figlio di Anfitrione. Era, accecata dall’odio e dalla gelosia, mandò due serpenti a uccidere i bambini nella culla. Eracle però, benché infante, era dotato di una straordinaria forza e riuscì a strozzare i rettili con le manine. Il futuro eroe fu allevato da Anfitrione come un figlio e ricevette l’educazione accurata dei principi. Lino, fratello di Orfeo, gli insegnò la musica, Eumolpo il canto, Eurito il tiro con l’arco e il centauro Chirone le scienze.
Il ragazzo cresceva, oltre che forte, anche impulsivo e irascibile e un giorno uccise con la lira il maestro Lino che lo aveva redarguito. Perciò Anfitrione, spaventato dalla violenza del giovane, lo mandò a pascolare le greggi sul monte Citerone, dove Eracle uccise un leone, con la cui pelle si fece una veste. Un giorno l’eroe si trovava a un bivio, incerto sulla strada da prendere, quando gli si presentarono due donne. Una di esse, la Mollezza, gli indicò la via che portava al piacere, l’altra, la Virtù, la via che gli avrebbe portato sacrifici e fatiche, ma lo avrebbe condotto alla gloria. Eracle scelse, senza esitare, quest’ultima strada. In quel periodo Tebe era costretta a pagare un tributo di cento buoi a Ergino. Eracle, che si stava recando a Tebe, aggredì e mutilò gli schiavi mandati dal loro re a riscuotere il tributo, liberando il Paese da quella vessazione.
Creonte, re di Tebe, in segno di gratitudine, lo accolse alla sua corte e gli diede in sposa la propria figlia Megara. Ma poiché, per volere di Zeus, Eracle doveva essere sottomesso a Euristeo, costui, quando seppe del potere e della gloria ottenuti dal suo rivale, gli ordinò di andare subito a Micene per entrare al suo servizio. Eracle si rifiutò di ubbidire, ed Era, per punirlo, lo fece impazzire al punto che l’eroe uccise, senza rendersene conto, la moglie Megara e i loro figli. Rinsavito, Eracle si recò a consultare l’oracolo di Delfi per chiedere come espiare l’atroce delitto.
L’oracolo allora gli impose di recarsi a Tirinto e di sottoporsi a qualsiasi ordine gli fosse stato impartito da Euristeo. Questi gli impose di cimentarsi in imprese pericolose e quasi impossibili da realizzare, note come le Dodici fatiche:
I — Eracle uccise il feroce leone che viveva nella selva Nemea e che devastava l’Argolide con la sola forza delle braccia e gli tolse la pelle, che indossò come un trofeo.
II -Su ordine di Euristeo distrusse l’Idra di Lerna, un mostro con nove teste, spaccandole a una a una con la clava, ma esse, appena mozzate, ricrescevano. Solo bruciandole ebbe ragione del mostro. Poi intinse le sue frecce nel sangue dell’Idra, avvelenandole, in modo che producessero ferite inguaribili e fatali.
III — Inseguì per un anno intero la cerva dalle corna